La mattina di domenica 25 marzo non è particolarmente serena.
È tornata l’ora legale, alle 9:00 c’è ancora poca luce, il cielo è cosparso di nuvole dense, bianche, innocue. C’è un’aria pungente, 4 forse 5 gradi. Esco, mi attende una giornata all’insegna delle sorprese, anche se avevo programmato quasi nei minimi dettagli l’escursione a piedi su e giù per le prime colline cesenati. L’incontro con il gruppo escursionistico Forrest Gump di Ravenna è per le 10:00, davanti al cimitero urbano. Con il loro coordinatore, Benito Brandolini, ci siamo sentiti ripetutamente su WhatsApp e solo una volta al telefono. Tramite Facebook, abbiamo constatato un nostro comune interesse per luoghi particolari della natura: fiumi, siti di archeologia industriale, grotte e caverne. Benito mi ha dato carta bianca per l’organizzazione del percorso. “Definisci tu il giro Chiara, in quanto conosci bene Cesena. Io vengo con il mio gruppo, ci fidiamo”. Che grande responsabilità, far conoscere la mia città a persone che ne conoscono solo i simboli principali. E alla fine della giornata, ho constatato con sorpresa che anche io ho imparato cose nuove su Cesena!
Partiamo alle 10:00 e ci dirigiamo verso la Via Diavolessa.
Mostro i vari punti panoramici: dalla terrazza sopra il Tunnel, verso la Rocca e il Ponte Vecchio, ai piedi del colle Beccavento, il quale è sormontato dal famoso terrazzino circolare della villa omonima. Qui, a ridosso della frana, cerchiamo di capire dove possa essere la grotta del Belpinin, un bandito dell’Ottocento che si nascondeva negli anfratti della terra per sfuggire alla cattura. Facciamo delle supposizioni ma il mistero rimane. Forse aiuterebbe il mio amico Lelio Burgini, se fosse in passeggiata con noi. Il Belpinin è una delle sue passioni, insieme alla cantante lirica Marietta Alboni e alla contessa Biagioli. Scendiamo verso viale Mazzoni, ammirando qualche segnale della tanto sospirata sopraggiunta primavera. Qualche alberello in fiore, piante aromatiche profumate. Tutto sta tornando alla vita e i nostri occhi, i nostri sensi, non possono fare altro che goderne nella meraviglia di tipo infantile, quella che spalanca le porte al cuore.
Giungiamo in viale Mazzoni e andiamo a dare un’occhiata al Ponte di San Martino, poi giù per via Canonico Lugaresi fino a Via Molino Palazzo, dove mostro ai miei compagni i ruderi di qualcosa (ma non so cosa, qualcuno metta un commento, se lo sa, visto che non ho notato dei cartelli di segnalazione turistica) dentro al vano comune di un palazzo di recente costruzione.
Ancora un po’ giù e arriviamo in Via Roversano.
Benito si diletta a raccontarci la storia della casa che ospitò Giacomo Casanova. È un argomento che conosce bene, è appassionato. Riferisco ai miei compagni che fino a un decennio fa, o anche meno, questa casa era ridotta in pessime condizioni, ma emanava un fascino particolare, di intrigo. Ora è stata ristrutturata molto finemente e si fa notare, nella sua solitudine, sul versante a monte del primo tratto di Via Roversano.
Nel punto dove c’è l’attracco delle canoe, troviamo un passaggio per salire sull’argine del Savio. Camminiamo tra erbe alte e arbusti fluviali, fino ai Maceri e poi torniamo sulla carreggiata. Benito ha organizzato un incontro con Raffaele, un ragazzo (dico ragazzo perché è mio coetaneo!!) che realizza cartine geografiche, anche di tipo escursionistico per camminate professionali. La casa di Raffaele si trova sul versante lato Monte Garampo. E qui inizia la sorpresa della giornata. Raffaele, dopo averci presentato il suo asinello, ci conduce su per il Monte Garampo, mostrandoci diverse grotte in arenaria, almeno cinque.
Alcune sono accessibili. Che siano state dei rifugi in tempo bellico o addirittura il giaciglio dei famigerati banditi dell’Ottocento?
In cima al Garampo, ci aspetta una cosa sbalorditiva: Villa Emilia, la casa dei nonni di Raffaele. Rimane sul crinale spartiacque fra Savio e Cesuola. Da quassù si vedono entrambi i versanti. Verso l’Oltresavio e verso la Basilica del Monte. È sorprendente, mai visto un panorama del genere a Cesena.
Villa Emilia si presenta come era nel lontano 1944: semi distrutta da un bombardamento Inglese in quanto sede di un avamposto Tedesco.
È affascinante, emana un mistero carico di storia e sofferenza.
Provo ad entrare, ma è veramente pericoloso: i solai sono divelti, le macerie sono ovunque.
Devo rinunciare, con una punta di dispiacere. Torniamo giù per un greppo, verso Via Roversano. Salutato Raffaele, riprendiamo l’argine del fiume e attraversiamo il Savio sul ponte di ferro, che poi è un ponte di controllo sull’acquedotto che conduce in città l’acqua di Ridracoli. Di là, ci sono i campi ed un fiabesco e insolito palmeto. Sono ormai le 13.00. Ci sediamo attorno a un albero e facciamo il picnic con panini al prosciutto, Sangiovese e colomba pasquale.È sbucato anche un tiepido sole, accompagnato da un venticello freddo.
Proseguiamo, con il Savio alla nostra sinistra. Siamo in aperta campagna, costellata da tanti tipi di alberi da frutto. Alcuni sono già fioriti di bianco, altri hanno le gemme pronte, stanno aspettando solo un po’ più di caldo. Ma si percepisce che l’esplosione è nell’aria, mancano pochi giorni di attesa per dipingere con un tripudio di colori questa ansa fluviale così suggestiva.
Attraverso un sentiero fangoso, raggiungiamo la sponda del fiume. Ha veramente una portata poderosa, mugghia, gorgheggia, spuma. Fa paura e meraviglia insieme. Non è assolutamente guadabile, neanche ai Sassoni, più a monte. Ci tocca proseguire e ritornare al Ponte di Ferro. Sorpassiamo un vecchio casolare abbandonato e poi, i miei amici ravennati rimangono stupiti nel vedere l’avveniristica struttura architettonica del ricovero Roverella. Ritornati sulla sponda destra del Savio, rimaniamo sul sentiero e procediamo controcorrente, a monte. C’è un albero caduto che ostruisce il nostro cammino, dobbiamo scendere in un campo e fare una deviazione. Proseguiamo sull’argine e siamo quasi a pelo dell’acqua. Il fiume è veramente alto e va veloce, fra turbinii, onde, sibili, tonfi e rimbombi. Arrivati alla Centrale Idroelettrica Brenzaglia, ascoltiamo e ammiriamo in silenzio il fragore delle acque che scendono dai canali laterali e si immettono nel Savio. Che potenza, che energia! Ritorniamo sulla strada. Facciamo una pausa nei pressi della chiesetta di Molino Cento. Ci rifocilliamo con frutta, acqua e cioccolato, prima del nuovo pezzo del giro che sarà impegnativo. L’ultimo strappo. Dopo 300 metri, svoltiamo a sinistra in Via Cento e saliamo per una carrareccia, poi dritto su un sentiero molto impervio, fino ad arrivare alla Chiesa di San Demetrio. Ecco, siamo di nuovo in cima. Esausti. Sono già le quattro del pomeriggio, c’è un sole stupendo, aria frizzante, la gioia si palpa nell’atmosfera.
Scendiamo ad Acquarola e andiamo a prendere un caffè alla trattoria. Malgrado l’ora, c’è ancora gente che sta terminando il pranzo. Dieci minuti di relax, al caldo, quattro chiacchiere e tante risate e poi, è già ora di tornare, questa volta solo in strade in discesa e pianeggianti.
Scendiamo per la ripidissima Via Acquarola, 18 per cento di pendenza. I versanti verso il Cesuola sono punteggiati dalle tinte primaverili. La luce è ora padrona, della rinascita dopo un inverno insolito, un inverno che ha riservato i suoi rigori proprio in marzo, quando la natura si stava già risvegliando. Attraversiamo il torrente e camminiamo verso Ponte Abbadesse. Siamo stanchi, è da sette ore che siamo in cammino su ogni genere di terreno.
Scopriamo i resti di un acquedotto del 1750, ammiriamo la Villa Bianchi, che si erge sopra la chiesa di Ponte Abbadesse, poi ci facciamo forza per l’ultimo km. Cominciamo anche a sentire un po’ di freddo, quel freddo che è determinato dal sudore che si asciuga sulla pelle colpita dall’aria pungente.
Finalmente arriviamo alle auto. Sono le 18.00. Lo strumento GPS di Benito segna più di 18 km percorsi… 18 km di sogno e meraviglia. Ma non è finita! Prendiamo l’auto (io avevo proposto di andarci a piedi, ma non hanno accettato!) e saliamo alla Basilica della Madonna del Monte. Ci mancavano questi panorami… il panorama verso il mare, sul versante del torrente Pisciatello. Tre fiumi, tre aspetti della mia città e dei suoi dintorni; tutto questo desta in me continue emozioni. Entriamo in chiesa. I miei nuovi amici ravennati, che vi mettono piede per la prima volta, rimangono stupefatti dagli affreschi della cupola e dal ciclo di Ex voto del presbiterio. Ci intratteniamo con attenzione. Sono momenti da gustare, perché carichi dell’esperienza comune della giornata appena trascorsa. Usciamo, sono quasi le 19.00
Ci salutiamo. C’è chi torna a Ravenna. Io, rimango a Cesena, nel luogo che ho finalmente compreso essere la mia destinazione.
Chiara Dall’Ara






























