di Franco D’Emilio

Sulla polemica circa la delibera del Comune di Borghi (FC) di intitolare un parco urbano alla memoria del concittadino Ivo Oliveti, eroe pluridecorato e protagonista della vita politica del Ventennio, mi pare che le ragioni contrarie a questo riconoscimento possano riassumersi nel commento di un gentile amico su Facebook al mio articolo “A Borghi nostalgia partigiana contro Ivo Oliveti” del 12 novembre, sempre su questa testata: “La mia opinione è semplice, non è accettabile nel 2021 conferire onori a gerarchi fascisti anche se hanno avuto altri meriti, non per damnatio memoriae, ma proprio per rispetto della verità storica.”

Dunque, il rispetto della verità storica come cartina tornasole, antifascista e partigiana, dell’inopportunità di un’intitolazione nel nome di Ivo Oliveti ovvero, sulla base della realtà documentata degli avvenimenti, la qualità e il valore del personaggio in questione, delle sue azioni sono stati tali da meritare, ancora oggi, solo riprovazione storica.

Ivo Oliveti condannato da un giudizio finale storico senza appello della nostalgica ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e di politici, sindacalisti, fermi antifascisti di ritorno, anche supportati da qualche articoletto ad hoc sulla stampa locale.

Un giudizio che, però, giudico viziato perché parziale, molto “pro domo sua” nella verità storica che rivendica contro l’eroe Oliveti.

Non nego che l’avvocato di Borghi sia stato un gerarca fascista con un curriculum di camicia nera della prima ora, né nego la responsabilità dello stesso nell’ambito dell’attività del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, ma aggiungo pure che oggettivamente Oliveti non poteva essere diverso sotto il profilo della coerenza personale, considerata la sua convinta adesione, ideologica e politica, al progetto fascista.

Intendo dire che la condotta di Oliveti va contestualizzata e, come tale, studiata nei suoi tempi, come appunto richiede la storia, dunque, senza il pregiudizio aprioristico “è stato fascista, per questo è indegno sul piano umano, morale e storico”: non può funzionare così la ricerca della verità storica.

Non condanno né assolvo Ivo Oliveti, lo colloco nella logica del suo tempo, del Ventennio e nel mio giudizio finale resto fortemente critico nei suoi confronti: studiare Oliveti, al pari di ogni altro personaggio storico, significa aggiungere un tassello ulteriore alla comprensione di un periodo, quale il Fascismo, tanto difficile e controverso.

Resta indiscutibile, come ho già scritto, che il gerarca fascista Ivo Oliveti sia stato una persona onesta, lontana dai profitti di regime, un valente avvocato, insomma un cittadino, scomparso da eroe e sempre con la sola responsabilità di credere nella sua fede fascista. Fatto sta che a 85 anni dalla sua morte e a 76 dalla caduta del Fascismo l’eroe di Borghi sconti la verità storica di essere stato un dirigente fascista, ma soprattutto un italiano fascista, colpito così, oltre misura, da un giudizio storico di peso certo più contenuto rispetto a quello di qualche altro protagonista del Ventennio che, già nell’immediatezza del secondo dopoguerra, tradisce, invece, la sua pesante militanza fascista e passa al soldo di Palmiro Togliatti, detto il Migliore, capo indiscusso del PCI, come tale responsabile della scomparsa di tanti italiani nel gorgo della repressione stalinista.

Mi riferisco a Gaetano Azzariti (Napoli, 1881-Roma, 1961), celebre giurista, esperto in codificazione: una veloce, brillante carriera di magistrato; dal 1927 al 1949 sempre alla direzione dell’Ufficio Legislativo del Ministero di Grazia e Giustizia, passando indenne dal Fascismo alla Repubblica; infine, dal 25 luglio 1943, caduta del regime, al 17 aprile 1944 ministro di grazia e giustizia nel primo Governo Badoglio.

Rilevante il suo passato di militante fascista e convinto antisemita, nel 1938 aderisce al Manifesto della Razza, documento fondamentale per la successiva promulgazione delle leggi razziali, divenendo, poi, anche Presidente del Tribunale della Razza, organo ampiamente corrotto, come è stato dimostrato da Carmine Senise, capo della polizia fascista (1940-’43), proprio per la sua potestà di poter dichiarare la non appartenenza alla razza ebraica, anche in difformità delle risultanze degli atti dello stato civile.

Nel secondo dopoguerra collabora con Palmiro Togliatti, ministro di grazia e giustizia, che provvede a “sbiancarlo” dei suoi poco “onorevoli” trascorsi fascisti: così nel 1955 giudice della Corte Costituzionale, massimo organo di garanzia del sistema politico italiano, divenendone, poi, addirittura presidente dal 6 aprile 1957 al 5 gennaio 1961.

Solo, ripeto solo nel 2013 la Corte Costituzionale ha rimosso dal Palazzo della Consulta il busto di Azzariti, ritenendolo indegno di un simile onore. proprio per il suo passato impegno fascista, razzista e antisemita.

Solo, ripeto solo nel 2015 il Consiglio Comunale di Napoli, con voto unanime, ha deciso di togliere l’intitolazione, decisa nel 1970, di una via cittadina ad Azzariti, reintitolando la stessa via a Luciana Pacifici, bambina ebrea di soli otto mesi, morta ai primi di febbraio del ‘44 durante la deportazione ad Auschwitz.

Davvero assurda, kafkiana questa disparità di valutazione storica dei nostalgici antifascisti tra Ivo Oliveti e Gaetano Azzariti: sul primo, pesa ancora oggi la verità storica della sua militanza fascista, pur se senza colpe ignobili, corruzione e tradimenti; sul secondo, invece, per molto tempo ci sono state tanta omertà e manipolazione per nascondere una vergognosa verità.

Historia magistra vitae?

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