Una serata come quella trascorsa sabato scorso, credo per me, sia stata più unica che rara.

Ho seguito un percorso di 8 km, di notte, con la guida luminosa delle lucciole e delle stelle.

Fantastico! Una magia, un racconto che è come una favola, fatato.

Si è avverata la mia poesia:

Luci d’estate

Nel silenzio all’imbrunire

Vaga l’anima romita

A cercar tra quelle stelle

Un levarsi alla ventura

Fosca e cupa è la via

Inviso onere il vagliar

Fra pendice e tavoliere

Dove il volto destinar

Per spiegar l’indovinello

Ecco un lampo, uno sfarfallio, un volare qua e là

Moltitudini di lumi

A sbrogliar la verità

In fatato rapimento

Aleggiando mi avventuro

Sulla scia del luccichio

A gioir nel barbaglio

O tu lucciola piccina

Del viandante guidi il cammino

Per gli spiriti raminghi

Sei la luce del mattino

Dove è possibile provare delle sensazioni così coinvolgenti?

Da Giovanni, alla Scuola degli Asini della Fattoria Il Pagliaio di Musella di Mercato Saraceno.

Si arriva quassù, provenendo da Sarsina e ci si affida all’amore incondizionato di Giovanni e della sua famiglia per gli asini e per i bambini.

E si può essere certi che, oltre al divertimento, ci sarà anche del nutrimento: per l’anima.

La serata tematica era dedicata alla visione delle lucciole.

Siamo partiti dalla fattoria verso le 19,30, in compagnia degli instancabili asinelli di Giovanni. Erano quattro: Tartufina, Ciuchino, Nerone (l’asino più grande, il capo branco predominante) e Vicignolo (dal nome in onore di San Vicinio, che è nato e vissuto proprio in questa vallata semi sconosciuta incastonata fra il Savio e il torrente Borello).

C’erano parecchie famiglie e altrettanti bambini, fra i quali mia figlia Aurora che si è letteralmente innamorata degli asini ed anche affezionata alla dolcezza di Giovanni.

Siamo saliti sul Monte Finocchio, che insieme agli altri pendii della vallata (Monte Piombo, Monte San Vicinio) ha assistito a rappresaglie e anche a stermini dei Tedeschi contro i Partigiani e i soldati alleati, durante la Resistenza del 1944.

Dal Monte Finocchio la visuale spazia a 360 gradi verso gli appennini di tutta la Romagna, parte della Toscana, le Marche. Si vedono il Monte Fumaiolo, San Marino, la Carpegna, il Sasso Simone e Simoncello, il Falterona e Giovanni dice che, in giornate molto limpide, è possibile intravedere anche i Colli Euganei.

Siamo quindi scesi, attraverso una strada bianca, verso il Rifugio Castellaccio, che si trova sulla strada che da Sarsina conduce verso il borgo di Montalto e i paesi ormai fantasma di Careste e Ruscello.

In questo percorso, i bambini sono saliti alternativamente sugli asini, con crescente entusiasmo ed attesa per la bella esperienza.

Noi genitori abbiamo avuto il compito di tenere per le redini l’asino e cercare di dargli una direzione. Ma non è subito semplice. Gli asini divagano, vanno verso le scarpate per mangiare l’erba, gli arbusti. Bisogna un po’ tirarli, sono testardi, ma molto molto intelligenti, docili e si vede che sono gentili e amorevoli con i bambini.

Lungo la strada è tutto un colore, un profumo, una gioia.

In questo periodo, quassù è un tripudio di fiori, specialmente di ginestre, di erbe selvatiche, di alberi che emanano sentori inebrianti.

Mi rendo sempre più conto che quando sono in questo Eden che è la natura, non ho bisogno di nulla, solo di osservare e godere di questo ben di Dio che ci è stato donato gratuitamente.

Al rifugio ci aspettava la cena: una sana merenda a suon di prodotti provenienti dall’azienda agricola di Giovanni. Formaggio semi stagionato di pecora, salame, pinzimonio, pane con olio e sale, crostate con le confetture di stagione, il tutto annaffiato con il vino rosso della vallata di Musella.

E per finire, le saporite ciliegie di Giovanni, con le quali tutti i bambini si sono imbrattati per bene. Mia figlia, è ripartita con la muserola rossa, stupenda!

Gli asini hanno tentato di banchettare con noi. Bastava allungargli un bastoncino di carota o di sedano, che arrivavano con gran spinta ed eccitazione.

Ci pensava Giovanni a placare i loro arderti appetiti, rimpinzandoli con caramelle zuccherine di cui sono ghiotti.

Al calar della notte è cominciata la vera emozione. Tutto attorno al Castellaccio hanno cominciato a luccicare migliaia di lucciole. Ci vuole veramente il buio pesto per apprezzare uno spettacolo di tale portata. È stato un incanto, un sogno, un ritornare bambini anche per noi adulti, tanto da sentire un brivido di commozione nella gola e consentire al palcoscenico degli occhi di riversare in gran segreto quella lacrima di meraviglia per lo splendore vissuto.

La strada del ritorno, che temevo difficoltosa per la salita di quasi quattro km e per il buio della notte, è stata in realtà una ulteriore scoperta.

 

Tenevo per mano mia figlia fra un suo alternarsi sull’asino e il cammino. E cantavamo insieme la filastrocca che ci aveva insegnato Giovanni per richiamare la lucciole:

Lucciola lucciola vien da me,

ti darò il pan del re;

pan del re e della regina,

lucciola lucciola vien vicina.

Lucciola lucciola vieni da me,

ti darò veste da re,

veste da re e mantello da regina

lucciola, lucciola piccolina.

Lucciola lucciola vieni da me,

ti darò letto da re,

letto da re e lenzuola da regina,

lucciola lucciola maggiolina.

Le lucciole tempestavano i bordi della strada, il cielo era punteggiato di stelle, fra le quali una talmente grande e luminosa da contarne le punte, come fosse un disegno.

E improvvisamente, con mia grande sorpresa, una lucciola mi si è appoggiata sulla mano. L’ho indirizzata dentro al palmo e camminando, la vedevo lampeggiare di luce, sprigionava la sua energia, il suo fervore, il suo amore.

Un segno, una guida, un messaggio. La luce con me e mia figlia.

Le ho passato la lucciola, poi l’abbiamo lasciata andare al suo percorso di vita e noi abbiamo proseguito sul nostro, fino in cima al crinale e poi di nuovo alla fattoria Il Pagliaio.

Cosa potevo chiedere di più da un sabato di inizio giugno?

Ho avuto la luce e il ricordo dei tanti puntini scintillanti, mi accompagneranno quando avrò bisogno di un faro ad illuminare il mio cammino.

Chiara Dall’Ara

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